numero

| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

UNA LETTERA

DI GILBERTO CARPO

Quando

è

incominciata

la

seconda

guerra

mondiale

avevo

6

anni,

il

10

giugno

1940

la

dichiarazione

di

guerra

l’ho

sentita

alla

radio,

e

vi

giuro

che

la

tensione,

l’ansia

e

preoccupazione

in

tutti

i

presenti

della

mia

famiglia

erano

altissime.

Inutile

dire

quali

sono

stati

i

disastri,

i

morti,

i

bombardamenti

sui

civili,

le

grandi

città

rase

al

suolo,

le

vittime

donne,

bambini,

anziani,

nulla

di

diverso

rispetto

a

ciò

che

succede

oggi

in

Ucraina.

Voi

li

vedete

alla

televisione

e

sapete

quanto

orrore

vi

fanno.

Io

li

ho

visti

dal

vero,

un

giorno

del

1944

a

Torino.

Non

vi

so

dire

l’impressione

che

fece

su

un

bambino

di

nove anni.

Finita

la

guerra,

questa

mostruosa

e

quasi

innominabile

cosa,

quante

e

quali

sono

state

le

conseguenze,

le

inevitabili

conseguenze

continuate

per

anni:

crisi,

depressioni,

odi,

miserie,

disoccupazioni,

umiliazione

erano

per

tutti,

vincitori

e

vinti,

ma

soprattutto

chi

piangeva

i

propri

morti,

le

madri

i

propri

figli,

le

mogli

i

propri

mariti,

così

come

è

stato

per

mia

madre

piangere

per

suo

marito,

così

come

è

stato

per

me

e

mia

sorella

piangere

nostro padre.

Oggi

viviamo

nella

precarietà

e

nella

pericolosità

di

una

estensione

di

una

guerra

con

le

stesse

caratteristiche

e

la

stessa

pericolosità,

anzi

ancora

di

più

per

via

delle

armi

nucleari.

L’invasione

dell’Ucraina,

l’impossibilità

voluta

dalle

parti

di

una

distensione,

di

un

dialogo

effettivo,

varie

giustificazioni

al

proprio

stato

con

il

solo

obbiettivo

di

condurre

la

guerra.

Un

occidente

che

sembra

voler

soffiare

sul

fuoco

mandando

armi

con

la

sola

retorica

di

salvare

la

democrazia,

i

valori

dell’occidente.

Ma

forse

stiamo

dimenticando

quali

sono

stati

questi

valori:

colonialismi,

invasioni,

sfruttamento

del

suolo,

ingiustizie,

imperi devastati di uomini, di civiltà, di culture, tutto questo con nomi e cognomi e date.

Certo

non

voglio

giustificare

l’invasione

russa

sul

suolo

ucraino.

Ma

le

dichiarazioni

della

NATO,

dell’Inghilterra

e

dell’Europa,

della

stessa

Italia

e

degli

USA

non

fanno

pensare

a

una

volontà

di

trattative

di

pace,

e

nulla

mi

fa

credere

che

ve

ne

sia

l’intenzione.

Le

decisioni

vengono

prese

dai

vertici

degli

Stati

per

motivi

segretati

e

la

gente

continua

morire,

soffrire,

vede

svanire

il

futuro,

vede

devastare

ogni

sentimento

di

vita,

l’amore,

l’essere

felici.

L’uomo

non

è

cambiato,

vige

ancora

la

retorica

dei

nazionalismi,

degli

eroismi

stupidi

e

malsani.

Siamo

ancora

nella

cruenta

mostruosità

del

passato.

E

la

mia

coscienza di uomo e di artista si ribella.

Come

artista,

o

dipingerò

mostri,

o

l’uomo

per

me

non

è

più

degno

di

essere

rappresentato sulla tela. Altri saranno i miei contenuti e la mia forma.



riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea



polemiche e proposte sull’arte contemporanea

UNA LETTERA

DI GILBERTO

CARPO

Quando

è

incominciata

la

seconda

guerra

mondiale

avevo

6

anni,

il

10

giugno

1940

la

dichiarazione

di

guerra

l’ho

sentita

alla

radio,

e

vi

giuro

che

la

tensione,

l’ansia

e

preoccupazione

in

tutti

i

presenti

della

mia

famiglia

erano

altissime.

Inutile

dire

quali

sono

stati

i

disastri,

i

morti,

i

bombardamenti

sui

civili,

le

grandi

città

rase

al

suolo,

le

vittime

donne,

bambini,

anziani,

nulla

di

diverso

rispetto

a

ciò

che

succede

oggi

in

Ucraina.

Voi

li

vedete

alla

televisione

e

sapete

quanto

orrore

vi

fanno.

Io

li

ho

visti

dal

vero,

un

giorno

del

1944

a

Torino.

Non

vi

so

dire

l’impressione

che

fece

su

un

bambino

di

nove

anni.

Finita

la

guerra,

questa

mostruosa

e

quasi

innominabile

cosa,

quante

e

quali

sono

state

le

conseguenze,

le

inevitabili

conseguenze

continuate

per

anni:

crisi,

depressioni,

odi,

miserie,

disoccupazioni,

umiliazione

erano

per

tutti,

vincitori

e

vinti,

ma

soprattutto

chi

piangeva

i

propri

morti,

le

madri

i

propri

figli,

le

mogli

i

propri

mariti,

così

come

è

stato

per

mia

madre

piangere

per

suo

marito,

così

come

è

stato

per

me

e

mia

sorella

piangere

nostro

padre.

Oggi

viviamo

nella

precarietà

e

nella

pericolosità

di

una

estensione

di

una

guerra

con

le

stesse

caratteristiche

e

la

stessa

pericolosità,

anzi

ancora

di

più

per

via

delle

armi

nucleari.

L’invasione

dell’Ucraina,

l’impossibilità

voluta

dalle

parti

di

una

distensione,

di

un

dialogo

effettivo,

varie

giustificazioni

al

proprio

stato

con

il

solo

obbiettivo

di

condurre

la

guerra.

Un

occidente

che

sembra

voler

soffiare

sul

fuoco

mandando

armi

con

la

sola

retorica

di

salvare

la

democrazia,

i

valori

dell’occidente.

Ma

forse

stiamo

dimenticando

quali

sono

stati

questi

valori:

colonialismi,

invasioni,

sfruttamento

del

suolo,

ingiustizie,

imperi

devastati

di

uomini,

di

civiltà,

di

culture,

tutto

questo con nomi e cognomi e date.

Certo

non

voglio

giustificare

l’invasione

russa

sul

suolo

ucraino.

Ma

le

dichiarazioni

della

NATO,

dell’Inghilterra

e

dell’Europa,

della

stessa

Italia

e

degli

USA

non

fanno

pensare

a

una

volontà

di

trattative

di

pace,

e

nulla

mi

fa

credere

che

ve

ne

sia

l’intenzione.

Le

decisioni

vengono

prese

dai

vertici

degli

Stati

per

motivi

segretati

e

la

gente

continua

morire,

soffrire,

vede

svanire

il

futuro,

vede

devastare

ogni

sentimento

di

vita,

l’amore,

l’essere

felici.

L’uomo

non

è

cambiato,

vige

ancora

la

retorica

dei

nazionalismi,

degli

eroismi

stupidi

e

malsani.

Siamo

ancora

nella

cruenta

mostruosità

del

passato.

E

la

mia

coscienza

di

uomo e di artista si ribella.

Come

artista,

o

dipingerò

mostri,

o

l’uomo

per

me

non

è

più

degno

di

essere

rappresentato

sulla

tela.

Altri

saranno

i

miei

contenuti

e

la

mia forma.