numero

| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

30/06/2020

UNA LETTERAx

Continuare il lavoro di artigiano paziente, con un po’

di paura ma con molta speranza

di Alberto Venditti Caro Giorgio, come sempre sei stato tempestivo col tuo editoriale sulla questione del “ricominciare” dimostrando come sempre le tue qualità di combattente di prima linea. Viviamo ancora sotto l’incubo di questo virus che ha l’aspetto ameno di una ghirlanda di fiori, ma da quando ha iniziato a diffondersi ha mostrato tutta la sua furia e aggressività. All’inizio della nostra clausura la mia pressione, normalmente bassa, è schizzata alle stelle; il cardiologo mi ha dato le pillole per riequilibrarla dicendomi che si trattava di un attacco di panico e che, come me, moltissimi ne erano colpiti. Ma più che le pillole mi è servito davvero sedermi davanti al cavalletto; continuare il mio lavoro di artigiano paziente, con un po’ di paura ma con molta speranza. Nel numero precedente della rivista ho visto con piacere che hai pubblicato il mio dipinto “Il naufragio dell’aquilone” del 2017 che è la metafora di uno spavento e di una catastrofe incombente; l’aquilone è caduto a terra e i suoi pezzi si sono ricombinati tra di loro come un progetto del geniale architetto Frank Gehri, facendoci soprattutto capire tutta la nostra fragilità. Ricordo che tu sei stato il primo, presentandomi in una personale del 1999, a parlare di questo accadimento improvviso che entrava nella mia pittura sconvolgendo l’assetto naturale delle cose. In questo periodo si è spesso paragonata la lotta contro il virus a una guerra. Ma combattere contro un nemico invisibile che mostra capacità così subdole di invadere l’uomo per sopravvivere non può che terrorizzarci, per cui la nostra guerra è combattuta tutta in difesa; siamo chiusi in trincea con la paura di respirare. Ma la guerra tra umani, che è la peggiore delle follie perché combattuta contro i nostri simili, ci ha lasciato a volte immagini di grande coraggio ed eroismo quando gli uomini che la combattevano hanno dato la vita per degli ideali di libertà e giustizia come tu sai bene. Io sono nato nel 1939 e i miei ricordi della guerra sono quelli di un ragazzino, ma hanno inciso molto nella mia formazione umana e artistica. Guardo con interesse ogni documento e filmato dell’epoca, ma quello che tra loro mi ha sempre sconvolto è un documentario girato dal vivo in cui si vede per un breve momento la sequenza di un soldato che suona la cornamusa durante lo sbarco in Normandia. Gli alleati avevano lanciato una valanga di uomini e mezzi contro un nemico molto forte, coscienti di giocare una partita puntando al tutto per tutto. Il filmato ci mostra tra nuvole di fumo e una pioggia di fuoco il soldato che avanza imperterrito e suona la cornamusa tra i suoi compagni. Si è sopraffatti dall’emozione! In una guerra moderna e già tecnologica, il protagonista di quelle immagini soffia in uno strumento arcaico per dare coraggio ai suoi compagni e ricordare con un’antica aria musicale un pezzo della terra patria e della sua anima. Ci viene in aiuto un termine ripreso da Vittorio Sgarbi, “sublime”. Sì, il suonatore di cornamusa è sublime, e ci regala la stessa emozione che si prova guardando la Cappella Sistina. Caro Giorgio scusami le divagazioni, ma cercavo di spiegarmi le differenze tra le due guerre. La guerra al virus la sta combattendo la scienza, anch’essa sperimentando dalle sue trincee tutte le vie della ricerca e talvolta anche sbagliando, come è nella sua natura, ma fiduciosa del risultato. Ma tornando al tuo allarme, di fronte alla “batosta” che è stata molto forte, dobbiamo capire che si deve ricominciare superando l’egoismo per il tramite di scelte etiche profonde e radicali e di una politica nuova. Intanto, però, siamo ancora dentro la pandemia, e non sappiamo quando e come ne usciremo, né in quale stato fisico e mentale. Il virus come coabitante della terra invade il corpo dell’uomo per sopravvivere, ma è stato l’uomo a liberarlo infliggendo ferite profonde al pianeta e facendo crollare barriere che tenevano in equilibrio l’ecosistema. Il fisico Carlo Rovelli ci dice che siamo creature naturali in un mondo naturale e, come tali, possiamo risolvere i nostri problemi solo se comprendiamo la natura quando ci lancia i suoi messaggi, e se consideriamo l’evoluzione della creatura uomo e della sua intelligenza. Oggi sul pianeta siamo in troppi e vogliamo troppo, e per questo una parte della popolazione muore o fugge dalla propria terra perché non ha l’essenziale per vivere, ma questi grossi problemi si risolveranno soltanto con scelte politiche forti e coraggiose. C’è una speranza che ci riguarda; i filosofi e gli antropologi prevedono che da catastrofi come questa l’arte, nel ricominciare, potrà riacquistare una funzione trainante in un mondo ormai dominato dalla tecnologia. Anche l’uomo del domani inseguirà un sogno, perché senza di esso si può solo regredire o impazzire. PS: Ti mando l’immagine di una cosa fatta in questi giorni, se credi puoi accluderla allo scritto.

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

16 Alberto Venditti  Pittore e incisore, nasce a Napoli nel 1939. Dopo l’Accademia si trasferisce a Milano nel 1971, insegna al Liceo Artistico di Brera, all’Accademia di Brera e alla Scuola del Nudo. Numerosissime sono le mostre personali che gli vengono dedicate. Vive e opera a Milano Alberto Venditti, “L’ultimo viaggio di Ulisse?”, 2020, cm 60x70, olio su tela e collage

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

16 Alberto Venditti  Pittore e incisore, nasce a Napoli nel 1939. Dopo l’Accademia si trasferisce a Milano nel 1971, insegna al Liceo Artistico di Brera, all’Accademia di Brera e alla Scuola del Nudo. Numerosissime sono le mostre personali che gli vengono dedicate. Vive e opera a Milano

30/06/2020

UNA LETTERAx

Continuare il lavoro di artigiano

paziente, con un po’ di paura ma

con molta speranza

di Alberto Venditti Caro Giorgio, come sempre sei stato tempestivo col tuo editoriale sulla questione del “ricominciare” dimostrando come sempre le tue qualità di combattente di prima linea. Viviamo ancora sotto l’incubo di questo virus che ha l’aspetto ameno di una ghirlanda di fiori, ma da quando ha iniziato a diffondersi ha mostrato tutta la sua furia e aggressività. All’inizio della nostra clausura la mia pressione, normalmente bassa, è schizzata alle stelle; il cardiologo mi ha dato le pillole per riequilibrarla dicendomi che si trattava di un attacco di panico e che, come me, moltissimi ne erano colpiti. Ma più che le pillole mi è servito davvero sedermi davanti al cavalletto; continuare il mio lavoro di artigiano paziente, con un po’ di paura ma con molta speranza. Nel numero precedente della rivista ho visto con piacere che hai pubblicato il mio dipinto “Il naufragio dell’aquilone” del 2017 che è la metafora di uno spavento e di una catastrofe incombente; l’aquilone è caduto a terra e i suoi pezzi si sono ricombinati tra di loro come un progetto del geniale architetto Frank Gehri, facendoci soprattutto capire tutta la nostra fragilità. Ricordo che tu sei stato il primo, presentandomi in una personale del 1999, a parlare di questo accadimento improvviso che entrava nella mia pittura sconvolgendo l’assetto naturale delle cose. In questo periodo si è spesso paragonata la lotta contro il virus a una guerra. Ma combattere contro un nemico invisibile che mostra capacità così subdole di invadere l’uomo per sopravvivere non può che terrorizzarci, per cui la nostra guerra è combattuta tutta in difesa; siamo chiusi in trincea con la paura di respirare. Ma la guerra tra umani, che è la peggiore delle follie perché combattuta contro i nostri simili, ci ha lasciato a volte immagini di grande coraggio ed eroismo quando gli uomini che la combattevano hanno dato la vita per degli ideali di libertà e giustizia come tu sai bene. Io sono nato nel 1939 e i miei ricordi della guerra sono quelli di un ragazzino, ma hanno inciso molto nella mia formazione umana e artistica. Guardo con interesse ogni documento e filmato dell’epoca, ma quello che tra loro mi ha sempre sconvolto è un documentario girato dal vivo in cui si vede per un breve momento la sequenza di un soldato che suona la cornamusa durante lo sbarco in Normandia. Gli alleati avevano lanciato una valanga di uomini e mezzi contro un nemico molto forte, coscienti di giocare una partita puntando al tutto per tutto. Il filmato ci mostra tra nuvole di fumo e una pioggia di fuoco il soldato che avanza imperterrito e suona la cornamusa tra i suoi compagni. Si è sopraffatti dall’emozione! In una guerra moderna e già tecnologica, il protagonista di quelle immagini soffia in uno strumento arcaico per dare coraggio ai suoi compagni e ricordare con un’antica aria musicale un pezzo della terra patria e della sua anima. Ci viene in aiuto un termine ripreso da Vittorio Sgarbi, “sublime”. Sì, il suonatore di cornamusa è sublime, e ci regala la stessa emozione che si prova guardando la Cappella Sistina. Caro Giorgio scusami le divagazioni, ma cercavo di spiegarmi le differenze tra le due guerre. La guerra al virus la sta combattendo la scienza, anch’essa sperimentando dalle sue trincee tutte le vie della ricerca e talvolta anche sbagliando, come è nella sua natura, ma fiduciosa del risultato. Ma tornando al tuo allarme, di fronte alla “batosta” che è stata molto forte, dobbiamo capire che si deve ricominciare superando l’egoismo per il tramite di scelte etiche profonde e radicali e di una politica nuova. Intanto, però, siamo ancora dentro la pandemia, e non sappiamo quando e come ne usciremo, né in quale stato fisico e mentale. Il virus come coabitante della terra invade il corpo dell’uomo per sopravvivere, ma è stato l’uomo a liberarlo infliggendo ferite profonde al pianeta e facendo crollare barriere che tenevano in equilibrio l’ecosistema. Il fisico Carlo Rovelli ci dice che siamo creature naturali in un mondo naturale e, come tali, possiamo risolvere i nostri problemi solo se comprendiamo la natura quando ci lancia i suoi messaggi, e se consideriamo l’evoluzione della creatura uomo e della sua intelligenza. Oggi sul pianeta siamo in troppi e vogliamo troppo, e per questo una parte della popolazione muore o fugge dalla propria terra perché non ha l’essenziale per vivere, ma questi grossi problemi si risolveranno soltanto con scelte politiche forti e coraggiose. C’è una speranza che ci riguarda; i filosofi e gli antropologi prevedono che da catastrofi come questa l’arte, nel ricominciare, potrà riacquistare una funzione trainante in un mondo ormai dominato dalla tecnologia. Anche l’uomo del domani inseguirà un sogno, perché senza di esso si può solo regredire o impazzire. PS: Ti mando l’immagine di una cosa fatta in questi giorni, se credi puoi accluderla allo scritto.
Alberto Venditti, “L’ultimo viaggio di Ulisse?”, 2020, cm 60x70, olio su tela e collage