numero

| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

30/06/2020

UNA LETTERA

L’artista dovrebbe provare a parlare, a dare

testimonianza

di Gioxe De Micheli Caro Giorgio, apprezzo sempre davvero tanto questa tua indomita voglia di mantenere vivo un rapporto con le “cose” dell’arte, con gli artisti, i loro problemi, il loro modo di confrontarsi con la contemporaneità. Dunque, come da te richiesto, proverò a fare, in breve sintesi, “qualche considerazione” su quello che ci-mi è capitato. È vero, in questa “nicchia di privilegio” che, malgrado tutto, è ancora l’Occidente, nessuno si sarebbe aspettato la catastrofe che abbiamo vissuto. Una catastrofe che, nonostante la “nicchia di privilegio,” ha fatto migliaia di morti e che in altre parti del mondo si è abbattuta, si abbatte, come un evento di proporzioni bibliche. Abbiamo guardato con le lacrime agli occhi le colonne di camion militari che trasportavano le bare e l’abnegazione di chi ha lottato contro il virus. E l’artista? Cosa fa, cosa dice l’artista? Ecco, l’artista che tenta di non restare muto davanti alla brutalità e all’indifferenza del presente dovrebbe provare a parlare, a dare testimonianza. E qui, caro Giorgio, devo giocoforza riferirmi a me stesso, riferirmi a quello che è stato ed è il mio “rapporto creativo” con la pandemia. Premetto che i mesi di isolamento non mi hanno in alcun modo creato ansie o angosce claustrofobiche. Il dramma vero e tangibile era fuori dalla porta. Ho cominciato timidamente, con qualche disegnino, qualche gouaches su materiali di recupero, ho usato soprattutto carte e cartoni. D'altronde i negozi di Belle Arti erano chiusi, e alla fine ho dovuto persino comprare la trementina on-line. Il tema della mascherina l’ha fatta da padrone, ma mi sono arrivate anche strane suggestioni e reminiscenze. Una notte ho sognato Egon Schiele e la giovane moglie morti di spagnola nella loro casa, e a loro ho dedicato una serie di immagini, infine ho buttato giù un gruppetto di studi per un futuro, possibile, dipinto 130 x 200. Una sorta di parabola della pandemia. Il giovane istruttore che mi costringe a un’ora di ginnastica una volta alla settimana mi ha chiesto a cosa o a chi fosse destinato tutto questo lavoro. Ho un po’ esitato e poi ho risposto che non avevo pensato a nessuna destinazione in particolare. Bene, allora perché ho lavorato? Non certo per il mercato che, almeno per quel che riguarda l’arte di immagine, è morto e sepolto, e non so se, sotto, sotto, ho lavorato con la speranza di piacere o di essere ricordato dai posteri. No, ho lavorato perché “me lo ha ordinato il medico”. Mi ha detto: “È per la tua salute!”. E, come si sa, quando c’è la salute c’è tutto! Un abbraccio, Gioxe

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

15 Gioxe De Micheli   Pittore, vive tra Milano, Varzo e Sassofortino (Gr). E’ nato a Milano nel 1947.

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

15 Gioxe De Micheli   Pittore, vive tra Milano, Varzo e Sassofortino (Gr). E’ nato a Milano nel 1947.

30/06/2020

UNA LETTERA

L’artista dovrebbe provare a

parlare, a dare testimonianza

di Gioxe De Micheli Caro Giorgio, apprezzo sempre davvero tanto questa tua indomita voglia di mantenere vivo un rapporto con le “cose” dell’arte, con gli artisti, i loro problemi, il loro modo di confrontarsi con la contemporaneità. Dunque, come da te richiesto, proverò a fare, in breve sintesi, “qualche considerazione” su quello che ci-mi è capitato. È vero, in questa “nicchia di privilegio” che, malgrado tutto, è ancora l’Occidente, nessuno si sarebbe aspettato la catastrofe che abbiamo vissuto. Una catastrofe che, nonostante la “nicchia di privilegio,” ha fatto migliaia di morti e che in altre parti del mondo si è abbattuta, si abbatte, come un evento di proporzioni bibliche. Abbiamo guardato con le lacrime agli occhi le colonne di camion militari che trasportavano le bare e l’abnegazione di chi ha lottato contro il virus. E l’artista? Cosa fa, cosa dice l’artista? Ecco, l’artista che tenta di non restare muto davanti alla brutalità e all’indifferenza del presente dovrebbe provare a parlare, a dare testimonianza. E qui, caro Giorgio, devo giocoforza riferirmi a me stesso, riferirmi a quello che è stato ed è il mio “rapporto creativo” con la pandemia. Premetto che i mesi di isolamento non mi hanno in alcun modo creato ansie o angosce claustrofobiche. Il dramma vero e tangibile era fuori dalla porta. Ho cominciato timidamente, con qualche disegnino, qualche gouaches su materiali di recupero, ho usato soprattutto carte e cartoni. D'altronde i negozi di Belle Arti erano chiusi, e alla fine ho dovuto persino comprare la trementina on-line. Il tema della mascherina l’ha fatta da padrone, ma mi sono arrivate anche strane suggestioni e reminiscenze. Una notte ho sognato Egon Schiele e la giovane moglie morti di spagnola nella loro casa, e a loro ho dedicato una serie di immagini, infine ho buttato giù un gruppetto di studi per un futuro, possibile, dipinto 130 x 200. Una sorta di parabola della pandemia. Il giovane istruttore che mi costringe a un’ora di ginnastica una volta alla settimana mi ha chiesto a cosa o a chi fosse destinato tutto questo lavoro. Ho un po’ esitato e poi ho risposto che non avevo pensato a nessuna destinazione in particolare. Bene, allora perché ho lavorato? Non certo per il mercato che, almeno per quel che riguarda l’arte di immagine, è morto e sepolto, e non so se, sotto, sotto, ho lavorato con la speranza di piacere o di essere ricordato dai posteri. No, ho lavorato perché “me lo ha ordinato il medico”. Mi ha detto: “È per la tua salute!”. E, come si sa, quando c’è la salute c’è tutto! Un abbraccio, Gioxe