© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 Codice ISSN 2239-0235

LUIGI TIMONCINI

Lo spirito e l’immagine nella vicenda creativa

di un amico che se n’è andato

di Giorgio Seveso Nella lunga vicenda pittorica di Timoncini c’è qualcosa di altamente spirituale che s’intreccia alle ragioni della forma. Voglio dire che per lui ciò che conta veramente nell’alchimia dei colori, dei segni, delle velature e delle pennellate, è solo la loro viva, stretta rispondenza ai movimenti dell’animo, la loro adesione intima e pensosa alle ragioni e alle pulsioni della coscienza dell’autore. Le elaborazioni e gli sviluppi plastici del suo linguaggio non hanno in qualche modo altra ragione se non, appunto, quella della loro capacità di registrazione e rispecchiamento di un sentimento morale. Nelle sue intenzioni non c’è mai stato e non c’è una ricerca di effetti o di compiacimenti, un’indagine di forme e segni fine a se stessa. Anzi, in ogni snodo del lavoro, Timoncini sottolinea in modo permanente come per lui la dialettica dei linguaggi e degli stili trova fertile soluzione solo nell’impulso della concretezza esistenziale, elaborata, nel suo animo, col filtro sensibile della fede e non di rado dell’indignazione per le contraddizioni del presente. Guardiamo le sue immagini urbane, sospese tra cieli di finestre e muri senza respiro; i suoi paesaggi di campagna, spesso desolati e scarnificati; i suoi personaggi, come congelati in una algida dissoluzione esteriore, prima ancora etica che fenomenica… La storia della sua figurazione è la storia di una contemplazione assorta dell’esistenza degli uomini, della vita, della coscienza avvertita e interpretata nei suoi grumi più sepolti di dolore e disperazione, da cui si dipana l’aspirazione lancinante a una lontana, inarrivabile serenità felice: qualcosa come una sensazione di nostalgia per un’età d’oro irrimediabilmente perduta, un paradiso ormai tramontato e inaccessibile. Nella sua poetica, il “racconto” del reale quotidiano si sposta dunque verso una evocazione indefinita e indefinibile, che rimanda i sensi alla traccia di vibrazioni liriche, sintesi personale dei drammi che inquietano le cose. Dalle vaste metafore e dai possibili temi populisti o ideologici si giunge negli anni alla dolorosa incombenza di una luce cruda, di uno spazio rugginoso, di un silenzio grondante di arie tossiche e sfatte, oggetti e personaggi intimi e dimessi, trafitti dalla solitudine e dall’ansia. In ogni momento, in ogni immagine, dal fumo snebbiante di una stanza al lamento di un sassofono, dal luccichio anonimo delle finestre di palazzi allucinati di periferia ai segni quasi barocchi dei monumenti cittadini, Timoncini mette a fuoco l’attenzione come se i suoi soggetti fossero contenitori di tragedie, di solitudini e nevrosi ruvide e inaudite. E allora la scrosciante dilatazione delle forme e dei segni, tratta da una sua singolare interpretazione dell’esempio degli espressionisti astratti intrecciato a quello dei “realisti esistenziali” milanesi, si fa linguaggio compiuto, inconfondibile, poeticamente pertinente. Entra nel sommesso e drammatico dissolvimento di immagini consuete, abituali, sordamente banali e riconoscibili nel loro incombere di ogni giorno: e vi entra come un’aura trasfigurante, come una corrente elettrica che le fa vibrare e ronzare, le dissolve e le ricompone, più vere e più reali del modello. Questa particolare concezione dell’immagine è il fulcro stesso della sua concezione del dipingere, la sua giustificazione e insieme il suo ineludibile destino di racconto. È una pittura, quella di Timoncini, che non si abbandona mai, infatti, all’arbitrio soggettivo della forma, collegandosi invece permanentemente, per sue interne vie e pulsioni, alle ragioni proprie dell’immagine figurale, ovvero al “figurativo” come termine medio e punto di incontro, come luogo d’un possibile scambio o reciproco innesco tra la soggettività dell’artista e le soggettività dei riguardanti. È un modo altamente spirituale dicevo più sopra di inveramento del linguaggio narrativo, nel ricercare e praticare un intreccio tra la mano e lo spirito, un simultaneo agire e interagire dell’artista tra il costante raffinamento delle tecniche espressive e il fervore affabulatorio della sua riflessione e della sua immaginazione. Timoncini, appunto, da sempre si è mosso, nel suo ormai non breve lavoro, proprio su questo versante del dipingere. Un versante che richiama ad ogni prova il gusto, appunto, di un racconto continuo, incalzante, debordante: una elaborazione concentrata e distillata di immagini che si costituiscono come simboli, come inneschi o catalizzatori di un valore emblematico delle immagini medesime. Si tratta, dicevo, di un linguaggio risolutamente figurativo, anche nei suoi brani e momenti più dilatati o allusivi, che la dice lunga, con immediata eloquenza, sulla sua formazione e sulle sue scelte, sulle ragioni poetico-pittoriche che egli viene esplorando. Si tratta, con ogni evidenza, dell’inesorabile ed inevitabile conseguenza della particolare conformazione della sua espressività e delle sue inquietudini interiori che, appunto, solo in una ben definita figurazione possono rinvenire la misura di un loro costante slargamento a metafora tangibile e sperimentabile, leggibile, e dunque non “gergale”, non solipsistica, non esclusivamente soggettiva o personale. Perché l’intimo lavorìo interiore di Timoncini di fronte alla tela o alla lastra dell’incisione e all’assorto gesto del figurare comporta, appunto, un terreno di comunicazione che non può porsi solo sul piano dell’estetico: implica, come condizione, che lo spettatore ricostruisca dinnanzi alla figura, ai colori, alle forme, la sottile trama sottostante di significanti, di evocazioni, di simultaneità e compresenze allusive. (da una presentazione in catalogo del 2014)
Nasce a Faenza nel 1928. Giunto a Milano nel 1951, conclude gli studi a Brera. Nel 1962 tiene la sua prima personale alla Galleria Il Prisma nell’ambito del clima del realismo esistenziale. Al lavoro di pittore affianca un intenso lavoro di incisore. Con le sue opere è presente nelle più importanti rassegne nazionali ed internazionali. Ha insegnato alla Scuola Superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco, di cui dal 1993 al 2003 è stato Direttore. Si è spento a Milano l’8 gennaio 2019.
Luigi Timoncini, "Paesaggio industriale". 1958 Luigi Timoncini, "Ragazza milanese", 1962 Luigi Timoncini, "Ffine estate".1986
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LUIGI

TIMONCINI

Lo spirito e l’immagine

nella vicenda creativa di

un amico che se n’è

andato

di Giorgio Seveso Nella lunga vicenda pittorica di Timoncini c’è qualcosa di altamente spirituale che s’intreccia alle ragioni della forma. Voglio dire che per lui ciò che conta veramente nell’alchimia dei colori, dei segni, delle velature e delle pennellate, è solo la loro viva, stretta rispondenza ai movimenti dell’animo, la loro adesione intima e pensosa alle ragioni e alle pulsioni della coscienza dell’autore. Le elaborazioni e gli sviluppi plastici del suo linguaggio non hanno in qualche modo altra ragione se non, appunto, quella della loro capacità di registrazione e rispecchiamento di un sentimento morale. Nelle sue intenzioni non c’è mai stato e non c’è una ricerca di effetti o di compiacimenti, un’indagine di forme e segni fine a se stessa. Anzi, in ogni snodo del lavoro, Timoncini sottolinea in modo permanente come per lui la dialettica dei linguaggi e degli stili trova fertile soluzione solo nell’impulso della concretezza esistenziale, elaborata, nel suo animo, col filtro sensibile della fede e non di rado dell’indignazione per le contraddizioni del presente. Guardiamo le sue immagini urbane, sospese tra cieli di finestre e muri senza respiro; i suoi paesaggi di campagna, spesso desolati e scarnificati; i suoi personaggi, come congelati in una algida dissoluzione esteriore, prima ancora etica che fenomenica… La storia della sua figurazione è la storia di una contemplazione assorta dell’esistenza degli uomini, della vita, della coscienza avvertita e interpretata nei suoi grumi più sepolti di dolore e disperazione, da cui si dipana l’aspirazione lancinante a una lontana, inarrivabile serenità felice: qualcosa come una sensazione di nostalgia per un’età d’oro irrimediabilmente perduta, un paradiso ormai tramontato e inaccessibile. Nella sua poetica, il “racconto” del reale quotidiano si sposta dunque verso una evocazione indefinita e indefinibile, che rimanda i sensi alla traccia di vibrazioni liriche, sintesi personale dei drammi che inquietano le cose. Dalle vaste metafore e dai possibili temi populisti o ideologici si giunge negli anni alla dolorosa incombenza di una luce cruda, di uno spazio rugginoso, di un silenzio grondante di arie tossiche e sfatte, oggetti e personaggi intimi e dimessi, trafitti dalla solitudine e dall’ansia . In ogni momento, in ogni immagine, dal fumo snebbiante di una stanza al lamento di un sassofono, dal luccichio anonimo delle finestre di palazzi allucinati di periferia ai segni quasi barocchi dei monumenti cittadini Timoncini mette a fuoco l’attenzione come se i suoi soggetti fossero contenitori di tragedie, di solitudini e nevrosi ruvide e inaudite. E allora la scrosciante dilatazione delle forme e dei segni, tratta da una sua singolare interpretazione dell’esempio degli espressionisti astratti intrecciato a quello dei “realisti esistenziali” milanesi, si fa linguaggio compiuto, inconfondibile, poeticamente pertinente. Entra nel sommesso e drammatico dissolvimento di immagini consuete, abituali, sordamente banali e riconoscibili nel loro incombere di ogni giorno: e vi entra come un’aura trasfigurante, come una corrente elettrica che le fa vibrare e ronzare, le dissolve e le ricompone, più vere e più reali del modello. Questa particolare concezione dell’immagine è il fulcro stesso della sua concezione del dipingere, la sua giustificazione e insieme il suo ineludibile destino di racconto. È una pittura, quella di Timoncini, che non si abbandona mai, infatti, all’arbitrio soggettivo della forma, collegandosi invece permanentemente, per sue interne vie e pulsioni, alle ragioni proprie dell’immagine figurale, ovvero al “figurativo” come termine medio e punto di incontro, come luogo d’un possibile scambio o reciproco innesco tra la soggettività dell’artista e le soggettività dei riguardanti. È un modo altamente spirituale dicevo più sopra di inveramento del linguaggio narrativo, nel ricercare e praticare un intreccio tra la mano e lo spirito, un simultaneo agire e interagire dell’artista tra il costante raffinamento delle tecniche espressive e il fervore affabulatorio della sua riflessione e della sua immaginazione. Timoncini, appunto, da sempre si è mosso, nel suo ormai non breve lavoro, proprio su questo versante del dipingere. Un versante che richiama ad ogni prova il gusto, appunto, di un racconto continuo, incalzante, debordante: una elaborazione concentrata e distillata di immagini che si costituiscono come simboli, come inneschi o catalizzatori di un valore emblematico delle immagini medesime. Si tratta, dicevo, di un linguaggio risolutamente figurativo, anche nei suoi brani e momenti più dilatati o allusivi, che la dice lunga, con immediata eloquenza, sulla sua formazione e sulle sue scelte, sulle ragioni poetico- pittoriche che egli viene esplorando. Si tratta, con ogni evidenza, dell’inesorabile ed inevitabile conseguenza della particolare conformazione della sua espressività e delle sue inquietudini interiori che, appunto, solo in una ben definita figurazione possono rinvenire la misura di un loro costante slargamento a metafora tangibile e sperimentabile, leggibile, e dunque non “gergale”, non solipsistica, non esclusivamente soggettiva o personale. Perché l’intimo lavorìo interiore di Timoncini di fronte alla tela o alla lastra dell’incisione e all’assorto gesto del figurare comporta, appunto, un terreno di comunicazione che non può porsi solo sul piano dell’estetico: implica, come condizione, che lo spettatore ricostruisca dinnanzi alla figura, ai colori, alle forme, la sottile trama sottostante di significanti, di evocazioni, di simultaneità e compresenze allusive. (da una presentazione in catalogo del 2014)

opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea

Luigi Timoncini

Nasce a Faenza nel 1928. Giunto a Milano nel 1951, conclude gli studi a Brera. Nel 1962 tiene la sua prima personale alla Galleria Il Prisma nell’ambito del clima del realismo esistenziale. Al lavoro di pittore affianca un intenso lavoro di incisore. Con le sue opere è presente nelle più importanti rassegne nazionali ed internazionali. Ha insegnato alla Scuola Superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco, di cui dal 1993 al 2003 è stato Direttore. Si è spento a Milano l’8 gennaio 2019.
Luigi Timoncini, "Paesaggio industriale". 1958 Luigi Timoncini, "Ragazza milanese", 1962

opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea