© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 Codice ISSN 2239-0235

VAE VICTIS

L’amarezza per un vuoto sempre più espanso

Verrebbe da chiedersi se sia ancora utile tentare di ribellarsi all’egemonia estetica degli ultimi decenni che ormai monopolizza l’arte contemporanea. Credo invece, ogni giorno di più, nell’inutilità dell’arte e della cultura. E credo ancor meno in tempi migliori o comunque diversi da questi. Del resto, gli artisti della mia generazione che hanno respirato il clima culturale degli anni Sessanta-Settanta sono pressoché scomparsi dal panorama artistico nazionale o magari riemersi, in molti casi e senza pennelli, nelle fila suadenti dei ciarlatani dai magheggi più insulsi e acrobatici. Bisogna riconoscere, tuttavia, che anche in nome dell’ impegno sono stati commessi molti sacrilegi estetici. Parrebbe così una sofistica antinomia la ribellione all’autocrazia dell’immenso arcipelago dell’effimero e dunque del disimpegno o la denigrazione di quella marea pseudoavanguardista dominante, sbandierata da molteplici baldanzose poetiche all’arrembaggio del fortilizio socio- culturale del nostro tempo e, insieme, asservita a tutto il sistema sociale e fortemente radicata nel tessuto economico-museale. E se esiste davvero un’arte anti-arte , comunque antiestetica o non solo specificamente estetica, che raccoglie ampi consensi, perfino popolari, il problema sembrerebbe davvero risolto. Non è un caso, tuttavia, se si continuano a enfiare espressioni linguistiche come produrre cultura e mercato della cultura e ad esibirle come un prodotto di consumo privo per il momento di un codice a barre sui banconi delle merci. Si è alimentata e autoalimentata così anche una percezione conformistica e ipertrofica della fruizione artistica sospinta da un sistema mediatico che ha indotto, fra l’altro, un’adulterata bramosia culturale da gregge in perfetta sintonia con le leggi di mercato. La verità è che la nostra civiltà di punta è totalmente manipolata dall’economia del mercato in tutte le sue manifestazioni civili, culturali e sociali. Lo spettro dell’economia è ormai l’ombra quotidiana di ogni sfondo sociale e culturale che amministra e sorveglia tutte le nostre azioni. Dall’età preclassica a quella postrinascimentale, l’arte e il pensiero sono passati tutto sommato sopra la testa degli uomini accumulando concrezioni di valori poi riversati in una lenta ricaduta nel corso dei secoli. Il testimone è stato consegnato da un’ èlite culturale all’altra, all’insaputa e nell’indifferenza dei popoli. Perfino la smisurata pressione del potere ecclesiastico non seppe, o non volle, oltrepassare il confine della mera divulgazione attraverso il grimaldello estetico-didattico della Biblia pauperum parietale. E se tutto questo non è stato possibile per secoli, il nostro tempo, vivadio, sembra riuscirci. Voglio dire che la congiunzione tra arte e linguaggio esistenziale, tra etica ed estetica non è di per una garanzia di valori inconfutabili. Quando, ad esempio, la prevaricazione e gli eccessi ideologici o la retorica populista irrompono nell’opera d’arte, sopravanzandola, si frantumano una serie di equilibri che si rivelano altrettanto artificiosi e letali quanto gli sperimentalismi più azzardati. È la negazione dell’arte stessa. E questo è avvenuto con più evidenza in quegli autori del secondo dopoguerra che rivolgendo lo sguardo alla lezione tedesca, o comunque alla figurazione d’impegno, sono naufragati nella retorica di una militanza sinistrorsa di comodo e nel populismo più ineffabile. Chi volesse tracciare un confine ipotetico tra l’arte del passato e l’inizio dell’era moderna, dall’Impressionismo ad oggi, troverebbe in quest’ultima elementi e varchi oggettivi difficilmente sostenibili all’urto di una seria indagine critica. L’opinabilità dell’arte e le relative implicazioni estetiche esulano da qualsiasi imposizione schematica ma il problema investe, nel contempo, uno stretto legame di simbiosi esegetica. La storia dell’arte ci ha consegnato almeno fino all’Ottocento e al di delle dispute sulle attribuzioni e i restauri tuttora roventi un quadro globale di una certa unità di analisi dalla quale appare arduo espungere presenze e opere di dubbia autorevolezza. Un tentativo in questa direzione sarebbe una bizza dissennata nonostante le divergenze legittime e gli aggiustamenti sui valori. Ora, superato quel confine immaginario, il supporto critico all’opera d’arte è via via lievitato fino a sostituirsi al pensiero stesso dell’autore. Dopo Winckelmann, l’intrusione d’intelletti come Baudelaire ha senz’altro concorso all’esaltazione del capriccio letterario e alla sfrenata frapposizione concettuale fra l’oggetto d’arte e il suo artefice. Il ruolo dell’analisi critica, che può assurgere alla funzione di passe-partout ma non deve mai scavalcare l’opera d’arte e indicare scenari improbabili o perfino ignoti all’estro e al pensiero dell’artista, ha innescato un meccanismo perverso di decodificazione letteraria auto esaltante, ai limiti dell’onnipotenza affabulatoria, difficilmente arrestabile. L’arroganza culturale e la sentenziosità cervellotica, usate perfino con dolo, si sono gonfiate quando lo sconquasso dell’estetica ha moltiplicato le deflagrazioni dei vari sperimentalismi dai sofismi incontrollabili e di facile stivaggio concettuale. Il mutamento ha così permesso agli imbonitori del linguaggio più audaci e incalzanti di governare arte e mercato e di modificare la loro funzione esegetica in un atto creativo che utilizza l’artista come una duttile protesi. Il serbatoio di questa nuova estetica è iniziato con l’Impressionismo; da allora le mistificazioni dell’arte sono cresciute in modo esponenziale. Io sostengo, da tempo, l’esigenza di riscrivere molti capitoli della storia dell’arte a partire almeno dagli ultimi decenni dell’Ottocento, ma il progetto non sembra gradito agli storici ai critici d’arte, peraltro quasi sempre diffidenti e sprezzanti nei confronti dell’opinione degli artisti magari non allineati che invadono il loro campo d’azione. A questa ambiguità sempre più condivisa ha contribuito in misura rilevante anche il costume delle false competenze che ha legittimato una nuova compattezza culturale in ambiti più disparati. Alludo alla diffusione invasiva di un mestiere fascinoso e abbagliante come quello dell’esperto. (Ennio Flaiano lo aveva annusato molti anni fa: «L’evo moderno è finito. Comincia il medioevo degli specialisti»). Ma al di di queste convinzioni di ristretto interesse e così marginali di fronte alle urgenze planetarie disattese, dovremmo comunque avvertire che l’imbroglio è generale; e guai a confinarlo con sollievo e indifferenza nel recinto assegnato alle cose dell’arte e della cultura. C’è semmai da chiedersi quanto pesi l’ indignatio , o la polemica virulenta, sul consenso allineato e, in generale, su certi stereotipi della cultura e del costume. Eppure, e nonostante tutto, resta solo il tormento di un’antica e inutile illusione per un mezzo ormai desueto come la pittura. L’amarezza per un vuoto sempre più espanso dove l’eco del dissenso giunge ormai infiacchita come una uggiosa litania; e con essa perfino il cruccio di un malinteso: quello di apparire un ostinato passatista di confortevoli nostalgie.

Marco Fidolini

Pittore, incisore e saggista. E’ nato nel 1945 a S.Giovanni Valdarno, dove vive e lavora
© blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 - Codice ISSN 2239-0235

VAE VICTIS

L’amarezza per un vuoto

sempre più espanso

di Marco Fidolini Verrebbe da chiedersi se sia ancora utile tentare di ribellarsi all’egemonia estetica degli ultimi decenni che ormai monopolizza l’arte contemporanea. Credo invece, ogni giorno di più, nell’inutilità dell’arte e della cultura. E credo ancor meno in tempi migliori o comunque diversi da questi. Del resto, gli artisti della mia generazione che hanno respirato il clima culturale degli anni Sessanta-Settanta sono pressoché scomparsi dal panorama artistico nazionale o magari riemersi, in molti casi e senza pennelli, nelle fila suadenti dei ciarlatani dai magheggi più insulsi e acrobatici. Bisogna riconoscere, tuttavia, che anche in nome dell’ impegno sono stati commessi molti sacrilegi estetici. Parrebbe così una sofistica antinomia la ribellione all’autocrazia dell’immenso arcipelago dell’effimero e dunque del disimpegno o la denigrazione di quella marea pseudoavanguardista dominante, sbandierata da molteplici baldanzose poetiche all’arrembaggio del fortilizio socio- culturale del nostro tempo e, insieme, asservita a tutto il sistema sociale e fortemente radicata nel tessuto economico-museale. E se esiste davvero un’arte anti-arte , comunque antiestetica o non solo specificamente estetica, che raccoglie ampi consensi, perfino popolari, il problema sembrerebbe davvero risolto. Non è un caso, tuttavia, se si continuano a enfiare espressioni linguistiche come produrre cultura e mercato della cultura e ad esibirle come un prodotto di consumo privo per il momento di un codice a barre sui banconi delle merci. Si è alimentata e autoalimentata così anche una percezione conformistica e ipertrofica della fruizione artistica sospinta da un sistema mediatico che ha indotto, fra l’altro, un’adulterata bramosia culturale da gregge in perfetta sintonia con le leggi di mercato. La verità è che la nostra civiltà di punta è totalmente manipolata dall’economia del mercato in tutte le sue manifestazioni civili, culturali e sociali. Lo spettro dell’economia è ormai l’ombra quotidiana di ogni sfondo sociale e culturale che amministra e sorveglia tutte le nostre azioni. Dall’età preclassica a quella postrinascimentale, l’arte e il pensiero sono passati tutto sommato sopra la testa degli uomini accumulando concrezioni di valori poi riversati in una lenta ricaduta nel corso dei secoli. Il testimone è stato consegnato da un’ èlite culturale all’altra, all’insaputa e nell’indifferenza dei popoli. Perfino la smisurata pressione del potere ecclesiastico non seppe, o non volle, oltrepassare il confine della mera divulgazione attraverso il grimaldello estetico-didattico della Biblia pauperum parietale. E se tutto questo non è stato possibile per secoli, il nostro tempo, vivadio, sembra riuscirci. Voglio dire che la congiunzione tra arte e linguaggio esistenziale, tra etica ed estetica non è di per una garanzia di valori inconfutabili. Quando, ad esempio, la prevaricazione e gli eccessi ideologici o la retorica populista irrompono nell’opera d’arte, sopravanzandola, si frantumano una serie di equilibri che si rivelano altrettanto artificiosi e letali quanto gli sperimentalismi più azzardati. È la negazione dell’arte stessa. E questo è avvenuto con più evidenza in quegli autori del secondo dopoguerra che rivolgendo lo sguardo alla lezione tedesca, o comunque alla figurazione d’impegno, sono naufragati nella retorica di una militanza sinistrorsa di comodo e nel populismo più ineffabile. Chi volesse tracciare un confine ipotetico tra l’arte del passato e l’inizio dell’era moderna, dall’Impressionismo ad oggi, troverebbe in quest’ultima elementi e varchi oggettivi difficilmente sostenibili all’urto di una seria indagine critica. L’opinabilità dell’arte e le relative implicazioni estetiche esulano da qualsiasi imposizione schematica ma il problema investe, nel contempo, uno stretto legame di simbiosi esegetica. La storia dell’arte ci ha consegnato almeno fino all’Ottocento e al di delle dispute sulle attribuzioni e i restauri tuttora roventi un quadro globale di una certa unità di analisi dalla quale appare arduo espungere presenze e opere di dubbia autorevolezza. Un tentativo in questa direzione sarebbe una bizza dissennata nonostante le divergenze legittime e gli aggiustamenti sui valori. Ora, superato quel confine immaginario, il supporto critico all’opera d’arte è via via lievitato fino a sostituirsi al pensiero stesso dell’autore. Dopo Winckelmann, l’intrusione d’intelletti come Baudelaire ha senz’altro concorso all’esaltazione del capriccio letterario e alla sfrenata frapposizione concettuale fra l’oggetto d’arte e il suo artefice. Il ruolo dell’analisi critica, che può assurgere alla funzione di passe-partout ma non deve mai scavalcare l’opera d’arte e indicare scenari improbabili o perfino ignoti all’estro e al pensiero dell’artista, ha innescato un meccanismo perverso di decodificazione letteraria auto esaltante, ai limiti dell’onnipotenza affabulatoria, difficilmente arrestabile. L’arroganza culturale e la sentenziosità cervellotica, usate perfino con dolo, si sono gonfiate quando lo sconquasso dell’estetica ha moltiplicato le deflagrazioni dei vari sperimentalismi dai sofismi incontrollabili e di facile stivaggio concettuale. Il mutamento ha così permesso agli imbonitori del linguaggio più audaci e incalzanti di governare arte e mercato e di modificare la loro funzione esegetica in un atto creativo che utilizza l’artista come una duttile protesi. Il serbatoio di questa nuova estetica è iniziato con l’Impressionismo; da allora le mistificazioni dell’arte sono cresciute in modo esponenziale. Io sostengo, da tempo, l’esigenza di riscrivere molti capitoli della storia dell’arte a partire almeno dagli ultimi decenni dell’Ottocento, ma il progetto non sembra gradito agli storici ai critici d’arte, peraltro quasi sempre diffidenti e sprezzanti nei confronti dell’opinione degli artisti magari non allineati che invadono il loro campo d’azione. A questa ambiguità sempre più condivisa ha contribuito in misura rilevante anche il costume delle false competenze che ha legittimato una nuova compattezza culturale in ambiti più disparati. Alludo alla diffusione invasiva di un mestiere fascinoso e abbagliante come quello dell’esperto. (Ennio Flaiano lo aveva annusato molti anni fa: «L’evo moderno è finito. Comincia il medioevo degli specialisti»). Ma al di di queste convinzioni di ristretto interesse e così marginali di fronte alle urgenze planetarie disattese, dovremmo comunque avvertire che l’imbroglio è generale; e guai a confinarlo con sollievo e indifferenza nel recinto assegnato alle cose dell’arte e della cultura. C’è semmai da chiedersi quanto pesi l’ indignatio , o la polemica virulenta, sul consenso allineato e, in generale, su certi stereotipi della cultura e del costume. Eppure, e nonostante tutto, resta solo il tormento di un’antica e inutile illusione per un mezzo ormai desueto come la pittura. L’amarezza per un vuoto sempre più espanso dove l’eco del dissenso giunge ormai infiacchita come una uggiosa litania; e con essa perfino il cruccio di un malinteso: quello di apparire un ostinato passatista di confortevoli nostalgie.

opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea

Marco Fidolini

Pittore, incisore e saggista. E’ nato nel 1945 a S.Giovanni Valdarno, dove vive e lavora

opinioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea